
Recensione completa “Il quaderno canguro” di Abe Kōbō
Nome: Il quaderno canguro
Autore: Abe Kōbō
Genere: Narrativa
Casa editrice: Atmosphere Libri
Data di uscita: 10/11/2016
Stelle: 2/5
Trama
Un comune impiegato si risveglia una mattina con le gambe ricoperte da germogli di ravanello giapponese, il daikon. In preda al panico, si rivolge a una clinica dermatologica, dove viene operato d’urgenza da una misteriosa equipe medica. Mentre è ancora sotto anestesia, decidono di trasferirlo in un limbo al confine tra i due mondi… Il malcapitato protagonista inizia così il suo incredibile viaggio nel sottosuolo, a bordo di un avveniristico lettino d’ospedale in grado di essere mosso dalla forza del pensiero. Presto giungerà sulle rive del Sanzu, il fiume dell’inferno buddhista, in un mondo popolato da personaggi enigmatici e grotteschi dove risuonano le note di inni sacri e di brani dei Pink Floyd: la sexy infermiera Libellula, il giovane americano esperto di arti marziali Hammer the Killer, il circo dei demoni bambini, i custodi delle terme della Valle Infernale e molti altri. Cercando di risolvere il mistero di cui è vittima, il protagonista lotta per la salvezza, sospeso tra la vita e la morte.
La mia opinione…
“Sono arrivato al capolinea? Finora, tutte le volte che mi sono trovato sull’orlo del baratro, il letto ha svolto sempre un ruolo determinante nel trasferirmi per il rotto della cuffie da un sogno all’altro…”
Sono arrabbiata come non mi capitava da un bel po’ di tempo. Mi sento plagiata, presa in giro, intortata da tutti i pareri positivi e persino dalla trama fuorviante stampata sul retro del romanzo. Che gran delusione! Avevo questo titolo in TBR da anni e nutrivo delle aspettative pazzesche… ma in fondo è colpa mia, devo solo imparare a non aspettarmi niente in anticipo. Con chi potrei mai prendermela? È questione di gusti personali in fondo.
“I suoi occhi sono colmi di desiderio, Che cosa devo fare? Mi conviene assecondarla e continuare a recitare la parte del rapitore? Se un piccolo equivoco basta a renderla felice, sono ben lieto di accontentarla. L’unico problema è che non sono abbastanza ferrato in materia di rapimenti e sequestri di persona.”
Parto dal presupposto che non so nemmeno se avvisarvi della presenza di trigger warning ed eventualmente quali inserire. Si parla di morte, forse? Magari di follia, di malattia mentale? Chi lo sa, l’unica cosa certa è che ci sono riferimenti erotici espliciti e persino rimandi al mondo della p3dofili4 oserei dire. Una scelta a dir poco peculiare, per essere gentili. Non tanto per gli argomenti in sé, ma perché mi domando come mai – con la libertà di poter parlare di qualsiasi cosa – venga lasciato tutto al caso e invece questi dettagli siano gli unici ben distinguibili. Quale sarebbe lo scopo di una narrazione che chiude gli occhi dinanzi a tutto il resto ma che queste cose le vede e descrive anche fin troppo bene? Perché insistere ed essere ridondanti proprio su questi aspetti? Non me lo spiego, chi lo sa. E menomale che io non sono così facilmente impressionabile, qualcun altro – al posto mio – si sarebbe indignato e avrebbe gettato il libro all’aria senza pensarci due volte.
Insomma, questo romanzo è un guazzabuglio di elementi che presi singolarmente potrebbero anche avere un motivo d’esistere, ma che nell’insieme producono un risultato stonato. E no, qui non si parla nemmeno di grottesco, attenzione; del disturbante tanto declamato a destra e a manca c’è ben poco in fin dei conti. A meno che non consideriate disturbante ciò che ho detto prima, appunto. Per me l’unica cosa che DAVVERO “disturba” – anche se in questo caso bisognerebbe dire “infastidisce” – è proprio il fatto che nulla abbia un perché. È tutto così confusionario e snervante da mandare il cervello in pappa e non in senso buono. Più cerchi di dargli una spiegazione razionale, più non viene fuori alcun tipo di senso.
“In tasca mi restano solo una banconota da mille yen e qualche moneta. Non posso spendere così i miei ultimi soldi. Ma al contempo non posso fare a meno di assecondare i miei desideri.”
Alcune minuzie disseminate qui e lì lasciano pensare che sia tutto effettivamente un trip mentale del protagonista, un viaggio attraverso sprazzi di ricordi con qualche rimando alla realtà. Le descrizioni strambe e le ambientazioni plastiche – seppur MOLTO difficili da immaginare con chiarezza – rievocano la dimensione dei sogni. Che fosse una sorta di allegoria? Una specie di retelling di “Alice in Wonderland“? In certi punti ho addirittura valutato la possibilità che si trattasse di una parodia della Divina Commedia. Questo per farvi capire quanto fossi perplessa durante la lettura e quanto disperatamente stessi cercando una spiegazione! Quando però mi sono resa conto che la percezione costante era di non averci capito niente, ho deciso di terminare la storia nel mood “go with the flow”. Altrimenti non ne sarei mai uscita.
Ora, io capisco perché “Il quaderno canguro” venga definito un romanzo delirante, ma questo non basta a renderlo un manifesto visionario. A nulla è servito rifilarmi – in postfazione – l’affermazione dell’autore sul “dover essere lettori non troppo indagatori ed esigenti”. Ma fatemi il piacere! Un autore dovrebbe saper scrivere qualcosa che abbia un che da dire pur nella sua stranezza, per la miseria. Non dovrebbe cercare di propinare a noi lettori queste cavolate sulla sperimentazione artistica suvvia! Suona tanto come una scusa per giustificare la vacuità e l’insulsaggine dello scritto. E se proprio devo essere onesta, ne ho lette di altre opere oniriche e surreali (vedi Haruki Murakami per esempio)… dunque mi chiedo: come mai lì ci ho trovato comunque un senso? Come mai quelle mi hanno trasmesso comunque un messaggio, delle emozioni? A buon intenditor, poche parole. Questo romanzo non ha davvero NIENTE da comunicare!
“Offrire assistenza in un suicidio, doppio suicidio d’amore forzato, assassinio su commissione: sono in tutto e per tutto atti criminali. Mi sbaglio, forse?”
Mi sento di “premiare” solo l’egregio lavoro di fantasia che dev’esserci voluto per concepire un’opera così sconclusionata e campata in aria, oltre che le poche riflessioni interessanti sul tema dell’eutanasia, sul valore della sofferenza e del sacrificio umani, sulla linea di condotta del personale sanitario dinanzi al dolore altrui (tra l’altro anche quelle gettate randomicamente nel calderone, because why not?). L’unica cosa che alla fine ha assunto un senso più o meno plausibile, per me, è stato proprio il titolo: ho capito quale fosse il messaggio celato dietro di esso – ovvero “i sogni sono come matrioske o come infiniti universi paralleli” – e tanto mi è bastato. Nulla di più.
Comunque se queste sono le premesse – dato che a quanto pare il no sense è una prerogativa dell’intera produzione letteraria/teatrale di Abe Kōbō -, comincio a cambiare idea sul recuperare altri titoli dell’autore che avevo in wishlist. Sarò cattiva o esagerata? Probabilmente sì, lo riconosco. Ma sono troppo inviperita per edulcorare i toni.
di Rossana 🖤