Nulla da invidiare – Vite normali in Corea del Nord di Barbara Demick

Recensione completa “Nulla da invidiare – Vite normali in Corea del Nord” di Barbara Demick

Nome: Nulla da invidiare – Vite normali in Corea del Nord

Autrice: Barbara Demick

Genere: Saggistica narrativa (reportage giornalistico)

Casa editrice: Iperborea

Data di uscita: 27/05/2026

Stelle: 3,5/5

Come si vive in una distopia? Niente elettricità né internet, una vita pubblica di rituali e marce, un delatore in ogni vicino, un sistema di caste che distribuisce privilegi e miseria. È la Corea del Nord, un paese barricato e inaccessibile. Tra i pochissimi che l’hanno visitato c’è Barbara Demick, di base a Seul per un decennio, che è riuscita a vedere nell’oscurità di una dittatura capace di mostrare al mondo solo le messinscene di benessere della capitale. Fuori la realtà è ben diversa: Chongjin, terza città del paese, è stata devastata dalla carestia dei tardi anni Novanta, quelli cruciali del passaggio di consegna tra Kim Il-sung e Kim Jong-il. È a quella città, e a quegli anni, che guarda Demick, intervistando i sopravvissuti: come Mi-ran e Jun-sang, che di notte si tenevano per mano tra le vie buie sognando un amore impossibile e di giorno tramavano una fuga che non potevano confessarsi per paura della delazione. La signora Song, lealissima al regime ma costretta a seppellire marito e figlio e a inventarsi un’impresa commerciale di fortuna per non nutrirsi solo di radici. Kim Ji-eun, pediatra che ha assistito impotente agli orrori della fame e alla carenza di medicinali. E molti altri, oggi al sicuro nel Sud della penisola coreana, che provano a adattarsi alla democrazia. Ma com’è possibile, dopo anni all’ombra di un potere assoluto, venerando un leader divinizzato? Come si sopravvive quando si scopre che il migliore dei mondi possibili è solo propaganda, e la realtà è fame e ideologia?

“È incredibile che una nazione di ventitré milioni di abitanti possa sembrare disabitata come un oceano. La Corea del Nord è semplicemente un vuoto.”

Questo è forse il primo titolo del gruppo di lettura che esula completamente dai generi che leggo di solito, ma il fatto che fosse fuori dalla mia comfort zone non ha reso comunque meno piacevole la lettura. Anzi, adesso sono molto curiosa di recuperare altri romanzi di stampo saggistico per vedere cosa ne viene fuori.

“Avvolti nel mantello magico dell’invisibilità, si può fare quel che si vuole senza preoccuparsi degli sguardi indiscreti dei genitori, dei vicini o della polizia segreta. Ho conosciuto molti nordcoreani che mi hanno detto di aver imparato ad amare profondamente il buio […].”

Vorrei poter dire di essere rimasta sorpresa da certe cose, ma purtroppo non è così. E non intendo che il libro mi è risultato noioso, anzi; faccio più che altro riferimento al senso di sconfitta e rassegnazione che ho provato. Che in Corea del Nord si vivesse in condizioni disumane, che si dovesse sottostare a privazioni continue e rinunce, che si dovesse annullarsi in favore della collettività lo sapevo… ma leggere con la consapevolezza che quanto scritto non è altro che il resoconto di profughi in fuga, fa tutto un altro effetto. Rende la realtà dei fatti ancor più prepotente e impossibile da ignorare.

Se dovessi scegliere una cosa in particolare tra le tante che mi hanno lasciata interdetta, sarebbe la seguente: non immaginavo che avessero dei campi di lavoro simili a quelli di concentramento della Germania nazista. Certo, dopo aver scoperto che ne usufruivano persino in Cina, non so cosa mi aspettassi dalla Corea del Nord… comunque mi ha lasciata stranita soprattutto il pensiero che un paese che versi in tali condizioni di degrado e arretratezza abbia le forze di concepire un “sistema di sicurezza” di così ampia portata, oltre che le risorse per “mandare avanti la baracca”. Come si suol dire, questione di priorità.

“Il cielo notturno della Corea del Nord non si dimentica: forse è il più brillante di tutta l’Asia nord-orientale, l’unico a cui vengano risparmiate le polveri di carbone, la sabbia del deserto del Gobi e l’anidride carbonica che soffocano il resto del continente.”

Molto suggestiva e significativa la parte sulla morte di Kim Il-sung, il primo dittatore nonché iniziatore del partito social-comunista tutt’oggi esistente. Che la reazione violenta del popolo fosse semplice isteria di massa, follia condivisa su larga scala? O magari dolore sincero per la perdita di un “padre” che era quasi più un Dio? Forse autocommiserazione e disperazione per le prospettive future ancor meno rosee? Non lo so, fatto sta che ad oggi – sicuramente – la risposta non sarebbe la stessa. Ormai la gente non nutre più quel rispetto timorato e reverenziale nei confronti della dinastia che ha spinto il Paese sul lastrico più e più volte, vessando ripetutamente i più deboli e avvantaggiando i più “meritevoli”. E – permettetemi di dirlo, perché mi viene proprio dal cuore – MENOMALE. Potrebbe essere un primo passo verso il cambiamento? Chissà, lo dubito fortemente, ma è già qualcosa.

La parte sui cani avrei volentieri fatto a meno di leggerla invece. Oltre a disgustarmi enormemente – ho fatto davvero una gran fatica a mandarla giù – mi ha ferita nel profondo: l’amore che provo per gli animali è talmente forte da impedirmi di sorvolare su certe cose, non posso fare a meno di soffrire. Sì, anche se il contesto richiede sacrifici abnormi, non posso tollerare che si riversi la frustrazione sugli animali e che loro diventino bersaglio della disperazione umana. Io probabilmente avrei preferito lasciarmi deperire piuttosto che fare del male a delle anime così innocenti. Ma chissà, magari parlo così perché non ho mai sofferto davvero la fame e non ho idea di cosa significhi perdere la lucidità per la mancanza di sostanze nutritive… d’altronde si era arrivati persino a praticare il cannib*lismo, perciò non mi sorprende nemmeno troppo il resto. Comunque tutto questo solo per mettervi in allerta sull’argomento: se siete sensibili in merito, potreste voler evitare la lettura.

“[…] la via verso la felicità è fatta di sacrificio e repressione dell’individuo per il bene della collettività; il capitalismo è pura e semplice degradazione.”

Un’altra riflessione importante riguarda il femminile. È incredibile come dalle ceneri di una società socialista agli sgoccioli siano risorti precetti del comunismo adattati in qualche modo alla modernità: addirittura le donne diventano il fulcro della forza lavoro e dell’economia, sono loro che portano il denaro a casa, facendosi beffe di un patriarcato che per troppo tempo le aveva oppresse e ridotte a semplici soprammobili. Ma allora vien da domandarsi come sia possibile che in un posto così “all’avanguardia” nessuno abbia ancora mai deciso di ribellarsi, di smettere di sottostare alle regole. La risposta è semplice: la forza del partito nordcoreano sta nella paura che riesce a incutere nel popolo, nelle minacce di morte pubblica e di torture insopportabili mosse contro i familiari di eventuali “traditori della patria”. È più questo – e non la fede sincera – a mantenere una calma diffusa. Sottomissione, reticenza allo stato puro.

Fa strano pensare a come – anziché evolversi la Corea del Nord – siano adesso diverse altre grandi potenze a ispirarsi al culto nazionalista e tradizionalista del Paese. Come scritto in postfazione, persino in Casa Bianca alloggia qualcuno che professa la propria superiorità auto-celebrandosi quasi fosse una divinità; oppure pensiamo alla Russia e al fatto che abbia richiesto proprio l’aiuto, la forza-lavoro nordcoreana, per portare avanti la campagna di guerra contro l’Ucraina. Il mondo che un tempo sperava nella caduta del regime totalitario più longevo di tutti, oggi si piega ai suoi precetti facendoli propri. Invece di progredire, stiamo tornando indietro. Anziché combattere per un futuro migliore, ci siamo piegando alla volontà altrui. È spaventoso, non credete?

“L’obiettivo del Grande Leader non era semplicemente quello di costruire un nuovo paese: voleva anche costruire gente migliore, riplasmare la natura umana. […] era l’uomo, non Dio, il creatore del proprio destino.”

Ho apprezzato anche che alla fine del libro l’autrice abbia specificato le fonti che le hanno permesso d’integrare alla trasposizione dei racconti orali dei profughi sopravvissuti alcuni dati più accurati e consultabili a posteriori dalla qualunque. Trovo che questo sia infatti uno dei compendi più completi sulla Corea del Nord che si possano reperire in giro, sebbene ad oggi si sappia ancor meno di prima su questa nazione. Dovremmo tutti farcene un’idea – quantomeno per cercare di non ripetere gli stessi errori – perciò mi sento di consigliare la lettura di “Nulla da invidiare” (anche se non completamente a cuor leggero).

di Rossana 🖤

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